Stupratore seriale (a Varese e ovunque) ed educazione della persona

Leggere di uno stupratore seriale a Varese inquieta non poco: se accade in tutto il mondo, perché non nella nostra città? Cosa succede nella mente di un uomo che decide di violare una donna? Si tratta di un mostro? Domande complesse alle quali non è semplice rispondere in poche righe. Chi, per motivi di lavoro, si trova a contatto con la gente, specialmente in questi ultimi anni, si sarà accorto di una crescente violenza verbale e intolleranza, un po’ figlie dei nostri tempi. Quanto conta in tutto ciò l’educazione, quella che arriva dai genitori e dalla famiglia? Interessanti gli studi di una ricercatrice indiana che ha condotto un’inchiesta intervistando 100 stupratori per scoprire di avere di fronte uomini del tutto ordinari, ma privi di un’educazione al rispetto della donna. La logica della prepotenza tipica di alcune società non può che generare violenza sugli esseri più indifesi, di volta in volta bambini e donne. Non si tratta di un discorso femminista o razzista ma culturale.  Cercare la soluzione compete a tutti, nessuno escluso. Non sarà la proposta di “castrazione chimica” per chi commette stupri, avanzata dal vicepresidente del Consiglio dei Ministri, Salvini, ad assicurare le generazioni future che questo abominio non si ripeterà. Non saranno i corsi e i convegni sulla “parità di genere” dell’ex Ministro Fedeli , gli schiamazzi dell’ex Presidente della Camera Boldrini contro il “femminicidio”  (termine orribile!) a ripristinare l’ordine naturale.

Solo una profonda, continua, insistente, educazione al rispetto della persona, al suo valore sempre, dal concepimento al suo spegnersi naturale e in qualunque condizione essa si trovi; solo un’educazione all’amore per l’altro e l’altra potranno, forse, riportare alla luce il senso dell’umanità che ci appartiene.

La proposta è di rileggere pagine meravigliose come quelle della “Mulieris dignitatem”, di Giovanni Paolo II, il quale ha insegnato a milioni di giovani a guardare alla donna pronunciando parole altissime:  “…Se non si ricorre a quest’ordine e a questo primato, non si può dare una risposta completa e adeguata all’interrogativo sulla dignità della donna e sulla sua vocazione. Quando diciamo che la donna è colei che riceve amore per amare a sua volta, non intendiamo solo o innanzitutto lo specifico rapporto sponsale del matrimonio. Intendiamo qualcosa di più universale, fondato sul fatto stesso di essere donna nell’insieme delle relazioni interpersonali, che nei modi più diversi strutturano la convivenza e la collaborazione tra le persone, uomini e donne. In questo contesto, ampio e diversificato, la donna rappresenta un valore particolare come persona umana e, nello stesso tempo, come quella persona concreta, per il fatto della sua femminilità. Questo riguarda tutte le donne e ciascuna di esse, indipendentemente dal contesto culturale in cui ciascuna si trova e dalle sue caratteristiche spirituali, psichiche e corporali, come, ad esempio, l’età, l’istruzione, la salute, il lavoro, l’essere sposata o nubile.”

Giova anche rileggere alcuni passaggi  dell’enciclica “Humanae Vitae” di Paolo VI, della quale oggi si celebra il 50° anniversario, con la splendida definizione di amore coniugale: “…9. In questa luce appaiono chiaramente le note e le esigenze caratteristiche dell’amore coniugale, di cui è di somma importanza avere un’idea esatta. È prima di tutto amore pienamente umano, vale a dire sensibile e spirituale. Non è quindi semplice trasporto di istinto e di sentimento, ma anche e principalmente è atto della volontà libera, destinato non solo a mantenersi, ma anche ad accrescersi mediante le gioie e i dolori della vita quotidiana; così che gli sposi diventino un cuor solo e un’anima sola, e raggiungano insieme la loro perfezione umana. È poi amore totale, vale a dire una forma tutta speciale di amicizia personale, in cui gli sposi generosamente condividono ogni cosa, senza indebite riserve o calcoli egoistici. Chi ama davvero il proprio consorte, non lo ama soltanto per quanto riceve da lui, ma per se stesso, lieto di poterlo arricchire del dono di sé. È ancora amore fedele ed esclusivo fino alla morte. Così infatti lo concepiscono lo sposo e la sposa nel giorno in cui assumono liberamente e in piena consapevolezza l’impegno del vincolo matrimoniale. Fedeltà che può talvolta essere difficile, ma che sia sempre possibile, e sempre nobile e meritoria, nessuno lo può negare. L’esempio di tanti sposi attraverso i secoli dimostra non solo che essa è consentanea alla natura del matrimonio, ma altresì che da essa, come da una sorgente, scaturisce una intima e duratura felicità. È infine amore fecondo, che non si esaurisce tutto nella comunione dei coniugi, ma è destinato a continuarsi, suscitando nuove vite”.

 Una famiglia che si educa a questa visione dell’altro contribuisce in modo costruttivo a generare Uomini e Donne veri.

2018-07-25T11:48:18+00:0025/07/2018|