La diffusione della pillola RU486 in Italia aumenta esponenzialmente, forse perché l’informazione sui rischi per la donna non viene fatta in maniera adeguata. Sarebbe il caso di comportarsi in merito all’aborto chimico come sembra stia accadendo oltreoceano.
Se c’è un Paese al quale conviene guardare in merito alla questione aborto, ebbene questi sono gli Stati Uniti: nel bene e nel male, quello che accade oltreoceano si ripercuote, prima o dopo, anche da noi.
Sondaggi condotti su larga scala rivelano che le posizioni a favore della vita guadagnano notevolmente terreno, per ciò che riguarda l’interruzione di gravidanza tout court ma soprattutto per quella chimica.
Se il 76% degli Americani ritiene che andrebbe posto un limite all’aborto, addirittura il 43% ( dei votanti Repubblicani) ritiene che la pillola abortiva andrebbe bandita per legge.
Deve aver senz’altro avuto un enorme peso la legge Dobbs che ha considerato superata la Roe vs Wade delegando ai singoli Stati le decisioni in merito. (Aborto, sentenza USA: “NO” alle procedure barbare e raccapriccianti )
E in Italia?
Ebbene, la situazione è diversa in Italia: sono stati pubblicati con notevole ritardo i dati delle IVG :
Nel 2023 sono state notificate 65.746 interruzioni volontarie di gravidanza (IVG). Rimane invariato rispetto all’anno precedente il tasso di abortività, cioè il numero di IVG per 1.000 donne di età 15-49 anni residenti in Italia, l’indicatore più accurato per valutare il ricorso all’IVG secondo le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità. Nel 2023, è stato pari a 5,6 IVG per 1.000.
Aumenta il ricorso al metodo farmacologico, con una percentuale del 59,4% sul totale, in aumento rispetto al 52,0% rilevato nel 2022. (https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/13/legge-194-relazione-aborto-dati-notizie/8323401/)
I dati mostrano un sostanziale mantenimento delle cifre dell’anno precedente ma un notevole incremento degli aborti con pillola abortiva RU486, ormai giunti quasi al 60% nelle preferenze delle donne.
Quanto pesa la disinformazione che caratterizza la nostra realtà? I dati relativi alle conseguenze della pillola RU non sono resi noti dalle grandi testate, sono numeri scomodi, che fotografano una situazione pericolosa per la donna ma, al tempo stesso, comoda per le case farmaceutiche.
Sarebbe auspicabile un maggior senso di responsabilità nei media, invece solo le realtà Pro-life hanno davvero a cuore la verità e cercano di creare una cultura della vita nascente che favorisca la donna, mostrandole l’alternativa al dolore e ai rischi dell’aborto.
Commento dell’Associazione Italiana Ginecologi Cattolici: https://prolifeinsieme.it/aborto-relazione-del-ministero-e-comunicato-stampa-dei-ginecologi-cattolici/
Rischi per la donna dopo assunzione della pillola abortiva RU486
Ecco un intervento del Presidente dell’AIGOC, Dott. Alberto Virgolino:
(…) La complicanza dell’aborto chimico (RU486) più frequente è l’aborto incompleto e il mancato aborto. Nella letteratura internazionale viene riportata una frequenza di 1-2/100 IVG farmacologiche rispetto a 1/1000 aborti chirurgici. Nelle epoche di gravidanza inferiori alle 14 settimane si verifica la necessità di eseguire ulteriori interventi dopo l’aborto in 70/100 nei casi di aborto chimico e solo in 35/1000 casi di aborto chirurgico (“Buone pratiche clinico-assistenziali per il trattamento farmacologico dell’aborto”, Fondazione Confalonieri Ragonese, autori SIGO, AOGOI, AGUI, 21.08.2024, tabella 2.2 a pag.27). Dunque, è una complicanza che si verifica 10-20 volte di più con l’aborto chimico o farmacologico (RU4686 e Prostaglandine)!
Nell’ultima Relazione del Ministero della Salute al Parlamento italiano sulla applicazione della L. 194/78 per l’anno 2022, nella tabella 3.15 viene riportata la percentuale della complicanza di “mancato o incompleto aborto”: per le IVG chirurgiche è pari allo 0,27%; per le IVG farmacologiche (RU486+PG) è pari a 1,19%, cioè 4,4 volte superiore! Se poi, nella stessa tabella, consideriamo tutte le complicanze (anche emorragie, infezioni) si vede che la percentuale è sempre nettamente maggiore per la IVG farmacologiche (1,59% corrispondenti a 540 donne che hanno dovuto ricorrere al ricovero ospedaliero successivamente alla assunzione delle pillole abortive), rispetto all’intervento per raschiamento (0,96%) e per isterosuzione (0,38%), corrispondente ad un totale di soli 408 ricoveri ospedalieri successivi.
Si tratta purtroppo di dati incompleti sulle complicanze dell’aborto chimico o farmacologico; se si osserva infatti la tabella 27 della Relazione ministeriale, si nota che tra tutte le percentuali riportate relative alle complicanze, la percentuale – più alta anche dell’aborto incompleto (1,17%) – è quella dell’1,72% corrispondente a ben 1130 casi che non sono stati rilevati (N.R.)!Del resto, il confronto con le statistiche sopra riportate dalle maggiori Società specialistiche ostetrico-ginecologiche italiane sulle nette differenze di incidenza di queste complicanze tra le due modalità di aborto, è davvero eclatante (10-20 volte superiore contro le 4,4 volte rilevate dalla Relazione ministeriale).
Anche nella letteratura internazionale viene riportata la maggior incidenza di complicanze per l’aborto farmacologico. Ad esempio, nel report della Multinazionale Marie Stops Australia (non antiabortista) del 2020 vengono considerate le complicanze di tutte le IVG, e la loro incidenza è stata del 6,37%; di queste lo 0,89% erano conseguenti ad aborti chirurgici, e il 5,6% ad aborti farmacologici!
La mortalità materna conseguente ad IVG farmacologica è stata sempre evidenziata nella letteratura internazionale. Nel N.E.J. Medicine del 2005, Michael Greene valutò l’incidenza della mortalità per IVG chirurgica pari allo 0,1/100.000, mentre quella per IVG farmacologica era di 1/100.000, cioè 10 volte superiore! Questo maggiore rischio di mortalità materna si può attribuire a situazioni particolari conseguenti all’assunzione della RU486 e della Prostaglandina che non si verificano, o sono molto rare nell’intervento chirurgico abortivo: 1) le perdite ematiche notevoli e prolungate nei giorni, causa di shock emorragico; 2) l’infezione da Clostridium Sordelli per la ritenzione dell’embrione e degli annessi della gravidanza nell’utero, causa dello shock settico.
Il rapporto dell’FDA negli USA fino al 31.12.2018, a causa dell’aborto con RU486, ha contato 28 donne decedute e 97 gravidanze ectopiche; altri 18 decessi sono stati registrati in altri Paesi, per un totale di 46 donne morte.
( articolo completo qui: https://prolifeinsieme.it/?s=RU+rischi&et_pb_searchform_submit=et_search_proccess&et_pb_include_posts=yes&et_pb_include_pages=yes
Questi dati sulle morti delle donne sono forse stati pubblicati sulle grandi testate? No.
Prof. Vittoria Criscuolo
Presidente Movimento e Centro di aiuto alla Vita di Varese
http://Vitavarese.org/contatti
Per i dati americani:
