Dall’interessante indagine storica di Maurizio Quilici “Storia della paternità”, Editore Fazi – 2010, raccogliamo qualche spunto di riflessione per affrontare il tema della paternità di oggi, tra quelli più apprezzati dai nostri lettori, per cercare di capire come è cambiata nel tempo questa figura nella famiglia e nella società.

Innanzitutto, l’autore parte da un presupposto di base: il rapporto che lega madre e figlio è viscerale mentre quello che lega padre e figlio è più indotto, più culturale. S’impone poi una definizione, il significato della parola padre: “colui che si prende cura” ed evoca perciò nel figlio un senso di protezione, la sicurezza.

In epoca preistorica non c’era la coscienza del ruolo paterno nella riproduzione; nel Paleolitico, due milioni di anni a.C., le donne dominavano sulla scena del mondo di allora (vedi Storia del matriarcato di Jakob Machofen, 1861).

Anche in Italia, tra i Sabini e gli Etruschi, dominava il principio femminile. La coscienza del ruolo paterno nella riproduzione giunge nel 5000 e 4000 a.C., e con essa nasce l’archetipo dell’autorità. In tutta l’antichità, dai latini ai greci, ai Sumeri fino agli Indiani, il padre è autorità assoluta, ha anche un ruolo pedagogico, educativo, volto a far crescere responsabilmente la prole.

Purtroppo, di aborti ce ne sono sempre stati nella storia e il giudizio morale varia di epoca in epoca, a seconda della cultura del periodo storico. A Sparta, con il suo mito della forza fisica a difesa della città, i neonati gracili e imperfetti venivano abbandonati sulle montagne del Taigeto.

Nella mitologia greca, domina la violenza e manca l’amore tra padri e figli. Urano non ama i suoi figli e impedisce loro di vedere la luce. La madre Gaia proporrà ai figli di uccidere il padre; è questa la prima idea di patricidio, che si ritroverà in tutta la tradizione da Omero al teatro. Il contrasto padre-figlio viene vissuto drammaticamente, esasperandone la rivalità. E’ un rapporto pieno di deviazioni, tra cui l’incesto.

La donna è sempre oggetto della violenza maschile ed è proprietà di tutti gli uomini della sua vita, dal padre, ai figli, agli amanti e questa concezione rimarrà immutata per secoli!

Ettore, eroe omerico dell’età micenea, spicca come vero padre

Siamo nel 1400-1200 a.C., l’eroe greco Ettore incarna la paternità virtuosa, il valore essenziale e fondante. Il tema della guerra domina il racconto e la paternità spicca come valore assoluto nella figura di Ettore. Egli “palleggia” il figlio, con la stessa agilità e sicurezza con cui maneggia la lancia, è forte e coraggioso perché affronta con serietà tutte le battaglie e i sentimenti: tenerezza unita ad orgoglio di padre.

Nei poemi tragici di Eschilo, Sofocle ed Euripide, il contrasto padre-figlio è sempre vissuto drammaticamente, basti pensare all’Edipo Re. Invece, nelle commedie di Aristofane e Menandro, il tono cambia e diventa più realistico: i padri sono figure più semplici, simpatiche ma non contano nulla in famiglia.

Il pater familias della Roma antica

Nella Roma antica, la figura del padre è di fondamentale importanza, egli è pater familias; in pratica, tutto soggiace alla sua unica autorità e, sotto di lui, vi è una  realtà complessa, una famiglia molto estesa: moglie, figli, ascendenti, discendenti, parenti, schiavi, figli avuti da schiave.. perché avere tanti figli era di gran vanto. Inoltre, il pater familias aveva diritti enormi, da ogni punto di vista: educativo, religioso, economico e politico.

L’aborto allora, poteva servire anche per nascondere la verità scomoda di una relazione. Ma i romani accettavano perfino l’infanticidio in quanto non consideravano il feto un soggetto di diritto. Solo la metà dei bambini diventavano adolescenti per via di continue epidemie, facili contagi e malattie. I padri romani erano ossessionati dal timore di venire uccisi dai propri figli, basti pensare alla fine di Cesare Augusto: “Tu quoque, Brute, fili mi?”.

Il Medioevo e i metodi educativi spicci

Dopo la decadenza dell’impero romano, giunge il cristianesimo e il Medioevo, o età feudale, che dura ben 1000 anni. La paternità viene rafforzata in quanto rappresentazione terrena della paternità celeste ma da un altro punto di vista viene ridotta, dice infatti Gesù in Matteo 12, 46-50: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, dice: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».

I padri avevano comunque ancora grande autorità e decidevano della vita dei figli e del loro matrimonio, secondo la propria convenienza.

Non c’era amore per i bambini, che non contavano nulla e, quando necessario, venivano puniti duramente. La donna era considerata inferiore all’uomo; ad esempio, per Tommaso D’Aquino, ella svolge un ruolo “passivo e materiale”, perciò non la si faceva studiare perché l’importante era che fosse soprattutto “ubbidiente”…

Il Rinascimento

 

Lucrezia Borgia (1480-1519), figlia del cardinale spagnolo Rodrigo Borgia, divenuto poi papa col nome di Alessandro VI, è un esempio lampante dell’autorità paterna opportunista ed incontrastabile che domina anche durante il Rinascimento. Rodrigo la fidanzò a 11 anni e a 13 la fece sposare con Giovanni Sforza. Quattro anni dopo Rodrigo s’inventò una scusa come il matrimonio non consumato per annullare quel primo matrimonio e farla risposare con Alfonso, figlio di Alfonso II d’Aragona. Nel frattempo però Lucrezia era rimasta incinta di un giovane di palazzo, creando grande imbarazzo al padre…

La transizione dal Medioevo al Rinascimento fu caratterizzata ovunque da violenza e crudeltà, corruzione e avidità, amoralità e odio, a cui si possono aggiungere carestie e pestilenze. La famiglia iniziò a rimpicciolirsi, a diventare mono nucleare, mentre il potere del padre nel decidere le nozze e la professione dei figli si attenua ma moglie e figli restano sottomessi al capofamiglia.

Cominciano a comparire trattati di pedagogia (Erasmo da Rotterdam, “L’educazione civile dei bambini” – 1530), in cui si sottolinea la responsabilità del padre e l’obbligo di occuparsi dell’educazione dei figli. Il più famoso manuale dell’epoca è il Trattato morale “Della famiglia” di Leon Battista Alberti del 1434 in cui il padre è sempre degno di rispettabilità, ma il suo invero è un amore “condizionato”.

Il valore del padre viene sancito ulteriormente dalla Riforma Protestante e Calvinista: i sacerdoti non più solo padri spirituali, divennero padri terreni, in carne ed ossa.

Nel Seicento, l’opera educativa del filosofo inglese John Locke, Pensieri sull’educazione – 1693) stabilì alcuni principi innovativi, che vennero poi ripresi  nel successivo “secolo di lumi” da Jean Jacques Rousseau: un padre che susciti “timore e rispetto” finché il bimbo è piccolo, per trasformarsi in “amore ed amicizia” più avanti. Nonostante ciò, i genitori rimangono maneschi nelle punizioni, a fin di bene…

Il Settecento è un secolo di grandi rivoluzioni, sia per quelle vere come la Rivoluzione Francese, sia per la rivoluzione pedagogica e, per la prima volta, anche pediatrica. Infatti, per la prima volta nella storia, l’autorità del padre vacilla. Egli non detta più legge sul matrimonio dei figli, come nell’episodio narrato da Cesare Beccaria, nel suo “Dei delitti e delle pene”, che, a ventidue anni sposò la prescelta diciassettenne Teresa, nonostante la feroce ostilità paterna.

Jean Jacques Rousseau parla del proprio padre, che lo aveva  amato tanto, con tenerezza e commozione. Nel suo “Emilio” – 1762, i suoi basilari principi educativi: la prima educazione, la più importante, spetta alle donne. Le madri non devono essere eccessive nel proteggere i figli o viziarli. Il padre deve comandare in famiglia ma a vent’anni un figlio è libero di allontanarsi da casa e andare nel mondo pur mantenendo per lui il rispetto dovuto. La vera nutrice è la madre, il vero precettore è il padre: “Colui che non può compiere i doveri del padre non ha neppure il diritto di diventarlo“, dice Rousseau con enfasi.

Eppure, nonostante le sue dichiarazioni, Rousseau non riuscì ad essere coerente nella sua vita e incredibilmente abbandonò tutti i suoi figli all’ospizio dei Trovatelli… Ciò non impedì che i suoi principi educativi avessero molto successo in Europa.

L’Ottocento e la paternità ovunque

I racconti di padri e figli, narrati nella letteratura, come nei romanzi di Dickens in Gran Bretagna o di Giovanni Verga in Italia, entrano nelle case del “popolo”, borghesi o proletari che siano. E’ finito il tempo della narrazione dei soli potenti, della sola classe dominante. Cambia anche il linguaggio nella letteratura e talvolta fa capolino il dialetto.

L’attenzione per i bambini compare ovunque e contagia anche gli uomini. Ma la Restaurazione del 1815 non ripristina soltanto l’Ancien régime ma diviene anche restaurazione sociale e familiare, in particolare in alcuni paesi come l’Impero austroungarico degli Asburgo e l’Inghilterra dell’età vittoriana.

Nella Coscienza di Zeno, nel capitolo “La morte di mio padre”, il padre distante e ostile colpisce il figlio con un ultimo schiaffo e poi improvvisamente muore, perciò durezza fino all’ultimo istante di vita.

Marc Chagall nella sua autobiografia “La mia vita” parla così del padre: “Tutto in lui mi pareva enigma e tristezza. Figura inaccessibile.”

Un figlio è ancora qualcosa di costruito simile ai genitori e non ha un’identità autonoma e separata, concetto troppo moderno per l’epoca. Mentre la madre è dovere e dedizione per l’altissima “missione” sociale e religiosa (J. H. Pestalozzi, “Lettere sull’educazione” 1818 in Scritti scelti, Torino, Utet, 1970). Ella deve sacrificarsi per amore e farlo con gioia, mentre gli uomini dell’Ottocento non piangono e troppo spesso abbandonano i figli.

L’industrializzazione, iniziata nel Settecento in Inghilterra, cambierà profondamente i rapporti tra padre e figlio. Con essa, il padre perderà il mestiere e l’autorità, la legge domestica. Si sfalda infatti la famiglia patriarcale e l’uomo finisce per perdere totalmente la cultura precedente.

Fino alla seconda guerra mondiale, solo lui lavora nell’industria. Le donne raramente sono presenti nel mondo del lavoro tranne che nelle filande.

Il Novecento e il nuovo millennio

Nel Novecento, la più importante rivoluzione della concezione della figura paterna avviene nel silenzo di uno studio medico austriaco, a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo: lo studio di Sigmund Freud. Le sue idee hanno inciso moltissimo sul pensiero moderno, con il suo “Complesso di Edipo/Elettra” (l’attrazione del figlio/figlia per il genitore di sesso opposto, unito ad un senso di gelosia e di rivalità verso l’altro genitore) che si manifesta nel bambino a 3-5 anni, è mutata radicalmente la percezione dei rapporti familiari, e sono stati dati nuovi strumenti interpretativi delle dinamiche dei rapporti familiari.

Erich Fromm ha descritto molto bene le conseguenze di questa teoria: il segreto dell’equilibrio psichico e della maturità si trova nella sintesi di attaccamento paterno e materno. Aggiunge inoltre che, nel fallimento di questa sintesi, si trova la causa fondamentale della nevrosi.

A proposito dell’omosessualità, Freud ritiene che possa essere favorita dal fatto di crescere solo con la madre, senza il padre. Nei “Tre saggi sulla teoria sessuale” – 1914, scrive: “la presenza di ambedue i genitori ha grandissima importanza. La mancanza di un padre forte nell’infanzia favorisce non di rado l’inversione.”

L’avvento del padre moderno

Nella società del primo Novecento, la madre rappresenta ancora “l’angelo del focolare” e nei trattati pedagogici è assoluta protagonista, il padre è meno importante affettivamente.

Maria Montessori però sottolinea l’importanza dell’istinto protettivo di entrambi i genitori ai fini dello sviluppo psicofisico del bambino.

La prima e soprattutto la seconda guerra mondiale segnano la grande trasformazione dei rapporti uomo-donna, donna-società e genitori-figli. La guerra ha cambiato tutti: le donne hanno imparato a gestirsi da sole e i figli reduci, segnati dalla disciplina militare, non sono più disposti a sottostare all’autorità paterna. Inoltre, il crollo dell’Impero asburgico ha fatto eclissare anche un certo tipo di padre. Possiamo comprenderlo bene leggendo ad esempio, la famosa lettera al padre di Franz Kafka, del 1919.

Anche in Italia, il padre italiano è freddo e distaccato, severo, rigido, tirannico, violento… come raccontano Goffredo Parise, Giovanni Spadolini, Alberto Moravia, Natalia Ginsburg… Negli anni Cinquanta e Sessanta, si ripete il cliché della madre-angelo confidente e consigliera, la “regina della casa”, mentre il padre è un grande lavoratore, tutto preso dall’impegno del lavoro per garantire alla famiglia un dignitoso tenore di vita fatto anche di nuovi elettrodomestici, come il frigorifero e il televisore. In effetti, è un pò assente e poco confidente ma buono e sicuro di sé.

Anche per la psicologia il padre svolge quasi esclusivamente funzioni “indirette” (Donald Winnicott, René Spitz, John Bowlby). Nasce un termine nuovo, “caregiver“, come afferma Alice Miller: “Ogni bambino piccolo ha bisogno della compagnia di una persona (non ha importanza se si tratti del padre o della madre) che capisca i suoi sentimenti e che non sia autoritario nei suoi confronti.”

Il Sessantotto volle abbattere i padri e con l’avvento degli “anni di piombo” si giunse a una violenza sociale prima inimmaginabile. Politicamente, i padri furono gambizzati o uccisi perché simboli del potere dello Stato, della Borghesia. Molto interessante a questo proposito l’opera dello psichiatra Gérard Mendel “La rivolta contro il padre” – 1968: “Il rischio capitale è che la rivolta contro questo padre non sia solo contestazione del potere sociale, ma anche – a causa dell’amalgama inconscio – rifiuto della razionalità; ossia rifiuto dell’opera compiuta dallo spirito scientifico umano...”. Il pericolo è la tentazione del nichilismo.

Ci fu invece chi dichiarò, come lo psicoanalista Bernard Muldworf, che il vero problema del padre era la sua assenza, perché suscita quell’angoscia esistenziale, quel disagio morale, quella difficoltà di vivere che si traduce nell’esplosiva aggressività della rivolta.

In questa carrellata storica abbiamo visto come si è passati dalla famiglia patriarcale alla famiglia nucleare o mononucleare. Oggi il panorama di famiglie si allarga a quella divisa, allargata o ricostituita, di fatto.

La concezione cattolica invece ritiene che la famiglia si realizzi solo nella “società naturale fondata sul matrimonio“, la stessa definizione data dalla Costituzione nell’articolo 29.

I padri oggi sono stati sostituiti dai papà, quando non dai mammi. L’autore Maurizio Quilici ci dice che: “L’epoca senza padre“, ipotizzata nel ’68, ha sostituito l’angoscia del domani con quella del presente: quella del padre eliminato psicologicamente con quella del padre che non c’è e si va ricostruendo… Dopo la scossa del femminismo spesso duro e radicale, la diffusione del lavoro femminile, si aprono in famiglia spazi nuovi per i padri, che la tradizione aveva affidato esclusivamente alle donne. I padri non si accontentano più di essere padri ma cominciano a fare i padri. Oggi comprendono come la paternità sia anche arricchimento, maturazione comune, gioia, calore, sguardi e tanta tenerezza.”

I nuovi padri

La virilità non passa più per il severo controllo dei sentimenti, un uomo oggi può piangere, commuoversi, fare le coccole e mostrarsi per come è nel più profondo. I padri sono più estroversi, più disposti al dialogo, all’incontro con il figlio. I problemi più grossi, i nuovi padri li incontrano nel momento della separazione o del divorzio, che li allontanano dai figli. Nel 1987, una nuova legge, 6 marzo 1987, n.74 introduce l’affidamento congiunto. Sempre negli anni Settanta nascono molte associazioni di padri e nel 1988 l’autore, Maurizio Quilici, fonda l’ISP, Istituto di Studi sulla Paternità, il primo nel suo genere. Oggi sono ormai numerosissime le associazioni di padri separati.

Così egli conclude il suo saggio storico: “Personalmente, non credo che i padri, dopo aver scoperto la ricchezza e la dolcezza della nuova paternità, potranno mai tornare sui loro passi e chiudere la porta alla grande novità del secolo scorso. Sarebbe una delle peggiori sconfitte, lasciatemelo dire, nella storia dell’umanità… Sono invece convinto che usciranno dal guado e costruiranno la loro nuova fisionomiaun modello equilibrato: non più autoritario ma autorevole, non brutale ma fermo, non permissivo ma paziente, non sdolcinato ma dolce.”

Susanna Primavera