Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace (Is 52,7)

Il messaggio di Papa Francesco per la 55 Giornata mondiale della PACE lascia stupiti fin dalle prime parole: un messaggero di pace dai piedi belli ci guida verso la speranza e i valori intramontabili. Egli ha piedi belli e per questo è credibile come guida nel cammino della vita, un cammino fatto di “passi” buoni. Un nuovo anno ci aspetta e i nostri piedi dovranni farsi belli,  leggeri e luminosi per raggiungere la pace e la serenità nella costruzione del bene comune.

La catastrofe umanitaria continua

Le parole del profeta Isaia esprimono la consolazione, il sospiro di sollievo di un popolo esiliato, sfinito dalle violenze e dai soprusi, esposto all’indegnità e alla morte. Su di esso il profeta Baruc si interrogava: «Perché ti trovi in terra nemica e sei diventato vecchio in terra straniera? Perché ti sei contaminato con i morti e sei nel numero di quelli che scendono negli inferi?» (3,10-11). Per questa gente, l’avvento del messaggero di pace significava la speranza di una rinascita dalle macerie della storia, l’inizio di un futuro luminoso

Il rimando suscita immediato il ricordo delle fatiche subìte dagli ebrei nel corso della storia. Un popolo diventato schiavo, quindi privato del primo bene sociale, la libertà. Ricordiamo non solo l’Olocausto ma anche tutta la storia di persecuzioni che l’hanno preceduto. E’ stato così che, alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1948, al popolo ebraico è stata data un’entità di Stato libero, il massimo della dignità di un popolo nella storia delle Nazioni. Purtroppo, anche questo non ha risparmiato Israele dalle guerre e dall’odio delle nazioni confinanti.

Ancora oggi il mondo soffre di troppi conflitti; intere popolazioni lasciano le loro case, i loro beni e fuggono oppresse e afflitte sperando nell’accoglienza in terra straniera. Anche in questo inverno, gli sfollati navigano in mare, si spostano a piedi in luoghi isolati e pericolosi, in mezzo al gelo.

Un numero impressionante di rifugiati nel mondo

Pare che il numero dei rifugiati (2020) sia di 37 milioni di persone: quattro volte il numero di rifugiati provocati dalla Prima guerra mondiale, tre volte quello della guerra Usa in Vietnam e quasi pari a quello della Seconda guerra mondiale. In questi mesi in Siria, due milioni di sfollati afgani si trovano in mezzo alle tende, al confine con la Turchia, fuggiti dall’Afganistan, uno stato distrutto e abbandonato.

Il degrado ambientale peggiora

Gravi ormai sono le conseguenze del cambiamento climatico e del degrado ambientale nel pianeta terra. Mentre l’ambiente non è di proprietà di nessuno e dovrebbe essere considerato come «un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva». [9]

A tutto ciò Papa Francesco aggiunge giustamente anche gli effetti devastanti del modello economico basato sull’individualismo che, nonostante il suo evidente fallimento, non accenna a cambiare e aggrava gli squilibri tra ricchi e poveri.

 

Come possiamo trovare la pace?

La pace non si improvvisa ma va costruita: dentro ognuno di noi innanzitutto, e poi tra le Nazioni, i loro governi e le istituzioni. La pace è perciò il frutto, il risultato, di un lungo lavoro diffuso e articolato che richiede capacità di comunicazione e perciò, in primis, il sapere ascoltare l’altro, i suoi bisogni e desideri. Occorre saper mediare, saper anche rinunciare a qualche privilegio per un bene più grande che torna a beneficio di popoli e culture diverse.

Il dialogo deve essere anche interreligioso per concorrere al bene in una dimensione etica. La costruzione della pace è come quella di una Cattedrale che richiede risorse, pazienza, tempo e abilità creativa ma all’inizio soprattutto “un sogno” di bene, di libertà e di giustizia: la pace.

Ecco allora dove guardare: al messaggero di pace dai piedi belli come Speranza di una rinascita dalle macerie della storia, l’inizio di un futuro luminoso, ancora oggi come ai tempi della deportazione in Egitto. Il Papa indica la strada su tre sentieri: il dialogo tra le generazioni, l’educazione e il lavoro.

1. Il dialogo tra le generazioni

Dialogare significa ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme. Favorire tutto questo tra le generazioni vuol dire dissodare il terreno duro e sterile del conflitto e dello scarto per coltivarvi i semi di una pace duratura e condivisa.” Cominciamo dunque a guardarci dentro e a ritrovare fiducia in noi stessi e negli altri. In fondo gli altri hanno le stesse nostre paure, dobbiamo fare un primo passo verso un incontro.

L’apertura all’altro diventa premessa al dialogo, ascolto, scambio, richiesta, un incontro tra gli esseri umani fatto di calore e di empatia. Gli anziani hanno accumulato tanta esperienza e danno sicurezza ai giovani. Il tempo della gioventù è incerto per definizione, prima lo studio e poi il lavoro: saprò cavarmela? I giovani hanno bisogno del confronto con le generazioni dei loro padri perché la saggezza è frutto dell’esperienza, ma è proprio questa che manca al giovane.

Rispetto per gli anziani e fiducia nei giovani

Gli anziani  hanno bisogno dei giovani, non solo per trasmettere quanto hanno imparato dalla vita, ma anche per ritrovare un pò dell’entusiasmo perduto nella fatica del vivere. Dai giovani possono attingere energia e leggerezza: il giovane accoglie tutto con più facilità perché ora tocca a lui fare la Storia.

Il giovane deve guardare al futuro in modo nuovo, aperto a progetti sostenibili che rinnovino il mondo, l’economia, la progettazione delle città, la gestione della salute pubblica, l’architettura a misura d’uomo. Egli deve cambiare anche la politica per renderla interessata veramente al bene comune e non prevalentemente al successo del partito, alla propria poltrona e ai privilegi di pochi. Una politica capace di progetti a lungo termine, volti alla costruzione del bene comune.

2. L’istruzione e l’educazione come motori della pace

Il Papa sottolinea il fatto che in tutto il mondo, a livello di investimenti, quelli relativi all’istruzione e all’educazione sono diminuiti nel tempo mentre quelli dedicati agli armamenti sono aumentati a dismisura. Per quello che riguarda l’istruzione, i governi non riescono a capire il fatto che non si tratta di una “spesa” bensì di un “investimento” nel futuro dell’umanità: “In altri termini, istruzione ed educazione sono le fondamenta di una società coesa, civile, in grado di generare speranza, ricchezza e progresso.

Investire nella cultura e nell’educazione

Occorre perciò un’inversione di tendenza: «Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica, la cultura della famiglia, e la cultura dei media». [14]

Ed è proprio solo attraverso il disarmo internazionale che potremo “liberare risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via.” Infine, è attraverso investimenti nell’istruzione e nell’educazione che potremo offrire ai giovani la possibilità di occupare un posto nel mondo del lavoro.

3. Promuovere e assicurare il lavoro costruisce la pace

Lavorare significa esprimersi attraverso la creazione di un prodotto, frutto delle proprie competenze e abilità. Si svolge un’attività per altri che valuteranno il nostro lavoro nella sua qualità intrinseca e che ci daranno il compenso stabilito in denaro. Si può lavorare in proprio, prevalentemente da soli oppure partecipare alla vita di un’organizzazione e ritrovarsi in ambienti open space e collaborare in team. Gli ambienti di lavoro sono i più vari, tanti quanti sono i prodotti o i progetti da realizzare: un cantiere, una fabbrica, un laboratorio…

Con il Covid tutto è cambiato e sono sparite milioni di realtà produttive. Ora si lavora ancora da casa e si va in ufficio di tanto in tanto. Molti posti di lavoro non ci sono più e il trend del cambiamento del mondo del lavoro è in crescita. Il futuro ci aspetta con nuove professioni e nuove scoperte.

Un lavoro pieno di ingiustizie sociali

Intanto però le ingiustizie in ambito lavorativo sono ancora troppe: basta pensare ai lavoratori migranti, moderni schiavi senza un welfare che li protegga. Il Papa sottolinea infatti che “attualmente solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale, o può usufruirne solo in forme limitate“.

Senza lavoro come si trascorre la giornata? Senza mezzi come si può vivere e mantenere la propria famiglia? Come esprimersi e realizzarsi, godendo in pienezza della soddisfazione di essere capaci del “saper fare”? Senza lavoro c’è spazio soltanto per la rabbia e la disperazione, accompagnate spesso da violenza e depressione. Il lavoro ben fatto di ognuno diventa la base su cui costruire la giustizia e la solidarietà sociale, e non solo il profitto, nel pieno rispetto dei diritti umani fondamentali. Anche così si costruisce una pace duratura.

Per questo, ci dice ancora Papa Francesco, «non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale». [18]

 

Il Papa conclude la sua lettera con un ringraziamento per tutti i collaboratori e costruttori di pace nel mondo. “Ai governanti e a quanti hanno responsabilità politiche e sociali, ai pastori e agli animatori delle comunità ecclesiali, come pure a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, faccio appello affinché insieme camminiamo su queste tre strade: il dialogo tra le generazioni, l’educazione e il lavoro. Con coraggio e creatività.”