Gesù, Gandhi e la non violenza

Ci sono uomini che temono di perdere la propria mascolinità facendo posto nei sentimenti alla tenerezza, alla dolcezza che “disarma” e intenerisce. Anche il Mahatma Gandhi, una delle più grandi personalità del ‘900, venne rimproverato per la sua “filosofia della non violenza”. Egli si era ispirato a Gesù, che definiva “Il Principe pacifico della non violenza”. La non violenza venne poi ripresa e applicata da uomini famosi come Martin Luther King, Nelson Mandela e Aung San Suu Kyi. In Italia, da Danilo Dolci negli anni 1950-1970 e da Lanza del Vasto. Nulla perde l’uomo che è educato a “non nuocere”, anzi, acquista in rispetto e dignità. L’uomo che resiste alle ingiustizie lotta con lo strumento della giustizia: uno sciopero della fame, una forma di resistenza o di disobbedienza civile. L’uomo pacifico che rinuncia all’arroganza e alla violenza in ogni sua forma, acquista in serietà e coerenza e può spostare le montagne, come fece Gandhi scardinando un impero e avviando la fine del colonialismo. Egli trovava Gesù più “maschile” di tutto il militarismo del mondo!

Cos’è dunque il “maschile”

Nella prospettiva della Psicologica del Profondo, maschile e femminile vengono definiti rispettivamente come “anima” e “animus”. C. G. Jung distingue tra “anima” nell’uomo e “animus” nella donna l’inconscia appartenenza controsessuale dell’anima, dell’essenza della persona, quel nucleo misterioso che funge da polo unificatore di sentimenti, ricordi, desideri, volontà e processi intellettivi, in una parola della personalità. Essi sono i principi archetipici del maschile e del femminile, presenti in tutte le culture e religioni del mondo.

Jung pone l’accento sull’anima per giungere a definire gli atteggiamenti di fondo della personalità, che distingue in due tipi: estroversione ed introversione. Per estroversione egli intende la tendenza energetica generale e l’interesse rivolti principalmente verso l’esterno, la vita sociale, le relazioni, le sensazioni. Al contrario, l’introversione porta ad essere attratti in prima istanza dal mondo interiore, dalle speculazioni, dalla profondità dei sentimenti e dei pensieri.

Il “carattere” è quindi un insieme di tendenze, più o meno contraddittorie, che obbediscono a determinate leggi. Ambedue questi opposti atteggiamenti sono presenti nella personalità, ma di regola uno di essi è dominante e cosciente, mentre l’altro è subordinato e inconscio. Entrambi gli atteggiamenti sono necessari in un gioco di equilibrio o squilibrio che si chiama “personalità”.

 L’equilibrio della personalità

La realizzazione personale, ci dice Jung, è condizionata alla capacità di vivere la componente complementare della struttura psichica e di saper riconciliare le forze opposte all’interno della personalità, non solo estroversione ed introversione, ma anche sensibilità e intuizione, emozioni e pensiero razionale.
Se l’uomo impara ad ascoltare il proprio lato femminile fatto di pazienza, di accoglienza, di non violenza, e la donna il proprio lato maschile, fatto di costruzione, di forza e di sicurezza, essi sapranno integrare gli opposti in armonia nella propria psiche e troveranno l’equilibrio della personalità.

Se l’uomo invece vuole prendere le distanze da questa sua ombra, portatrice dei valori femminili, per rafforzare la propria autonomia, fa violenza al proprio inconscio e provoca una scissione della coscienza. A quel punto, il femminile acquista un valore negativo. Ma combattendo contro la donna, egli combatte contro se stesso, contro la propria ricettività psichica. In tal modo egli blocca lo sviluppo della propria anima e rimane fermo ad uno stadio primordiale di impotenza psichica.

Un ritorno agli anni 60

C’è chi invoca un nuovo Kennedy di fronte a tutta la violenza americana di questi giorni. Una durezza che nasce dall’intolleranza dell’altro, del diverso, magari nero e che si chiama George Floyd. Nella foto che vediamo egli è a terra bloccato dal suo carnefice, il poliziotto Derek Chauvin, che lo farà morire così, soffocato dal suo ginocchio. Sembra di tornare indietro nel tempo, a quando Martin Luther King, premio Nobel per la Pace 1964 e martire dell’integrazione razziale, scriveva “La forza di amare”: ” … ho cercato di portare il messaggio cristiano per rimuovere i mali sociali che offuscano la nostra epoca e di offrire la testimonianza personale e la disciplina necessarie…”Nella prefazione si legge:” L’allora Presidente John Kennedy aveva già confessato rischiosamente la sua simpatia per King e deciso di presentare al Congresso la legge sui diritti civili il 19 giugno 1963. Tre mesi dopo egli veniva ucciso a Dallas ma, grazie al suo sangue, la legge venne comunque approvata dal Congresso nel gennaio del 1964.”

Tutto questo non ha forse fatto storia? Perché la violenza non finisce mai ma rinasce sempre dalle sue ceneri? La tentazione della violenza rimane nel mondo perché gli uomini rimangono divisi nella loro coscienza. Ad un certo punto della loro maturazione, devono aprirsi ad un sentire diverso, più accogliente, più tollerante, più lungimirante. A quel punto possono fare una scelta diversa, quella della non violenza, del rispetto dello straniero, del povero, della donna, del bambino.

Nella Storia del mondo, ogni uomo che nasce deve giungere a questo stadio primitivo, attraversarlo e “superarlo”.