Un viaggio nel nord dell’India di due settimane per visitare il Rajasthan, come primo incontro con l’Asia, in un primo momento può portare allo sconcerto per via dello stato generale di povertà che si riscontra ancora oggi. I centri delle città accolgono il turista con un tale fracasso e un caotico andirivieni di autoveicoli da lasciare perplessi per l’impressione di mancanza di un codice della strada e di norme sulla sicurezza.

Il disturbo provocato dei clacson di innumerevoli moto, auto, ciclo risciò, tuk tuk rickshaw e di un’infinità di motorini, è tale da poter essere definito inquinamento acustico; di fatto, le strade indiane sono  le più pericolose al mondo.

 

Tanta vita e una moltitudine di esseri umani

Molto interessanti le grandi città come Nuova Dehli, Jaipur o Udaipur e poi ci sono gli slums, le zone più povere. Le strade più importanti delle città appaiono pulite; si può notare sistematicamente uomini o donne, piegati in due, con una scopa di fascine di Bamboo in mano (senza bastone di supporto) che raccolgono o meglio radunano la spazzatura in mucchi sparsi…

Ognuno vende qualcosa, fosse anche solo petali o corone di fiori, dalla sua postazione, non necessariamente un negozio: un carretto con la verdura esposta bene ordinata oppure fiori distesi su stuoiette per terra, pile di quaderni di scuola sul marciapiede, souvenir, negozi di profumi, di abbigliamento, di tappeti.

Se viene fame, anziché andare nei ristoranti, ci sono gli Street Fouds, dove ci si può rifocillare mangiando in strada. Sopra a tutto si diffondono gli aromi tipici orientali, quelli dei sapori speziati forti, pungenti e dai colori vivacissimi.

Dietro la facciata di abitazioni fatiscenti, apparentemente disabitate, si nascondono insospettabili laboratori di confezionamento, depositi dove vengono stipati i sacchi di spezie e terrazzi dove i petali dei fiori vengono fatti essiccare… Un brulicare fremente di lavoro, di vita.

Ciò che colpisce è il popolo, la moltitudine di indiani (1,4 miliardi) soprattutto giovani che si impongono allo sguardo ovunque (tasso di natalità di 2,03 figli per donna).

Le splendide dimore dei Maharaja e il Taj Mahal

Con il passare dei giorni, lo sguardo si affina, superando la barriera del primo stupore dovuto alla grande differenza con la nostre città ordinate, pulite e dalla raccolta differenziata. Il Tour prevede visite a castelli, fortezze e regge dai gusti raffinati appartenute agli antichi signori del luogo, i ricchi Maharaja (in sanscrito: grandi re). Mi tornano in mente le fiabe dell’infanzia e il misterioso fascino che accompagnava quei luoghi, che rimane nell’atmosfera che creano ancora oggi.

Ad Agra, si resta ammaliati davanti al famoso Taj Mahal, una delle sette meraviglie del mondo, simbolo di amore e di devozione sponsale, tomba della regina Arjumand Banu che il marito, l’imperatore Mughal Shah Jahan, volle dedicarle nel 1632 al fine di renderla immortale.

E’ un mausoleo elegante e armonioso, dall’aspetto bianchissimo e lieve, in cui spiccano dal punto di vista esterno il gioco delle simmetrie del progetto architettonico e, dal punto di vista degli interni, le raffinate decorazioni floreali di pietre preziose intarsiate nel marmo bianco.

 

Le donne dai sari coloratissimi

Anche le donne non passano inosservate con i loro sari o shari di antichissima tradizione (origine tra il 2800 e il 1800 a.C.). Una lunga striscia, dai quattro ai nove metri di stoffa, nel tempo dapprima di cotone e poi di seta, avvolta intorno alla vita e alla spalla.

 

Vi è un’eleganza particolare in questo abito tradizionale, i cui intensi colori abbagliano per la loro purezza. Tutto è naturale nel confezionamento: la tessitura e la colorazione delle stoffe avviene con l’utilizzo delle piante, le spezie che gli Indiani hanno in abbondanza, come la curcuma o il nobile e celestiale indaco, polvere blu della pianta indigofera.

Arrivando nel periodo pasquale, ci si imbatte nel floklore con la festa più famosa, la più bella dell’anno, l’Holi Festival, la festa dei colori, della gioia, dell’amore e della primavera. Dalla prima luna piena di marzo per una notte e una giornata intera si fa festa scambiandosi polveri colorate sul viso, intorno al grande falò, mentre i fuochi d’artificio illuminano il cielo. Poi tutto si ferma mentre il tempo viene scandito dal suono del tamburo e dalla musica.

La donna e l’aborto nella società indiana

La donna non è più sottomessa all’uomo come un tempo ma i suoi vincoli sono legati al ceto sociale; le donne che vivono in città ricche o che fanno parte dei ceti emergenti seguono un modello più occidentalizzato. La maggior parte delle donne delle città minori, delle periferie delle grandi città o delle zone rurali, tende invece a non proseguire gli studi e a scegliere il matrimonio.

La mentalità è tuttora condizionata dal sistema delle “caste”, gruppi sociali diversi tra di loro per prestigio e beni posseduti. La questione delle caste è complessa, legata alla particolare storia dell’India, alle invasioni e al dominio britannico e richiede uno studio dal punto di vista sociologico e antropologico.

La società relega dunque la donna in una posizione marginale mentre riconosce comunque nel “femminile” un potere che può condurre all’elevazione interiore. Chissà se le vicine elezioni in India porteranno cambiamenti significativi nella visione della donna e dell’uomo moderni?

Dal punto di vista dell’aborto, l’India, pur concedendo l’aborto terapeutico sotto specifiche condizioni, mantiene il divieto all’interruzione volontaria di gravidanza. Dopo un passato di aborti clandestini e infanticidi di bambine, oggi, come emerge da questo studio demografico del Ministero della Salute indiano, realizzato tra il 2019 e il 2021: ci sono 1.020 donne ogni mille uomini ma, al nostro passare, le strade sono gremite di uomini, di moltissimi giovani, più che di donne.

Il senso religioso e la fede

Fin dalle prime uscite, giunge, con tutta l’importanza del suo spessore antropologico, spirituale e culturale, l’incontro con la religione, la fede, la spiritualità. Nel pensiero orientale, la religiosità è parte della vita, è in fondo uno stile di vita e l’induismo possiede valori etici e morali. L’Induismo è una religione che si potrebbe definire monoteista perché è il Credo in una divinità, un Dio che si manifesta con nomi diversi e che tutto gestisce in armonia: il dharma, l’ordine cosmico.

Attraversando i maestosi templi, ricchissimi di decorazioni su pietra o marmo, spesso lavorati “a pizzo”, secondo l’influenza islamica, si incontrano in realtà religioni diverse: induismo, buddismo, sikhismo. In India è presente anche l’Islam, il jainismo e naturalmente anche il cristianesimo.

Qui, a visitare i tempi, le donne sono tante e chiedono spesso un selfie. Scopro così tanta attenzione e curiosità nei confronti di noi donne “bianche” ma so anche che la cordialità di queste persone non è solo di circostanza. Le donne indiane infatti, essendo sensibili alla spiritualità, sanno cogliere l’unità nella diversità, forse più di quanto noi sappiamo fare.

 

A Varanasi, Dio non è morto e io sento la fede di un popolo verso una divinità buona e sorridente che porta la gente ad immergersi nel Gange, il fiume sacro, come in un rituale di rinascita, con la speranza di essere toccata dall’Amore che regge l’universo. Un Dio che non è morto con la modernità.

Susanna Primavera