Avevamo già reso conto della situazione grave degli aborti a Varese nella ASST negli anni 2022/21. ( leggi qui l’articolo Aborti a Varese: in aumento e più del 50% con la pillola abortiva Ru486

La situazione non è sostanzialmente migliorata, considerati i numeri forniti dalla ASST Settelaghi ( comprendenti non tutta la provincia di Varese quindi non confrontabili con i dati del 2022 ISTAT ma, d’altronde, si tratta degli ultimi in nostro possesso, forniti con enorme ritardo) che rivelano che l’aborto è ormai entrato nella mentalità corrente come un diritto, mai sancito in realtà dalla pur deprecabile legge 194/78, che si intitola paradossalmente “legge a tutela della maternità e della vita nascente“.La legge 194 sancisce un “diritto all’aborto”?
2021-22-23-dati punti nascita ASST Settelaghi

Purtroppo la legge ha fatto “cultura” e tutto ciò che è stato messo in campo negli ultimi cinquant’anni per costruire una mentalità a favore della vita nascente si è rivelato inutile o addirittura controproducente.
Passiamo ora ad esaminare la situazione nazionale.
Molti tra coloro che stanno leggendo ricorderanno che nel 1981 il Movimento per la vita italiano promosse un referendum di abrogazione della legge 194, che noi tutti, convinti sostenitori del diritto alla vita del bambino prima della nascita, perdemmo clamorosamente con il 32% dei voti. Il che significa che il 68% ignorò completamente le proposte sia delle associazioni Prolife sia della chiesa e votò per mantenere la famigerata legge.
Riporto qui una tabella che rivela i dati di un sondaggio recentissimo messo a confronto con uno analogo di circa 11 anni prima.
Ebbene: la situazione è ancora peggiorata.

Come spiegato molto esaustivamente dal Prof. Benedetto Rocchi, docente di economia all’Università di Firenze e presidente dell’Osservatorio Permanente sull’Aborto: “Le due domande del 2014 e del 2025 non sono direttamente comparabili: la prima è simile al quesito referendario pro vita, la seconda no: alcuni che potrebbero non essere d’accordo con la prima potrebbero essere d’accordo con la seconda.
Qualche riflessione a ruota libera sull’interpretazione “sociologica” di questi dati. Purtroppo il consenso sociale all’aborto “legale” oggi è più alto che al momento di approvazione della legge 194. In questo senso la legge “permissiva” ha (mal)educato.
Tuttavia, per cercare qualche spiraglio positivo, diciamo che la permissività riguardo alla legalizzazione potrebbe combinarsi con una nuovamente crescente percezione della negatività dell’aborto, con una quota in crescita di coloro che pur essendo favorevoli alla legge affermerebbero (se gli si facesse la domanda) che non abortirebbero mai.
Si porta l’esempio, di alcuni prodotti di intrattenimento come le serie televisive (che sono attentissime al sentire collettivo), anche italiane, in cui è più rara la celebrazione della scelta abortiva come “coraggiosa” mentre viceversa capita più spesso di vedere storie nelle quali “tenere il bambino”, anche in situazioni obiettivamente difficili, viene presentato con una luce positiva.
Ovviamente questo cambiamento di giudizio sull’aborto come possibile scelta “personale” non è sufficiente, ma è esattamente il primo obiettivo di quella che chiamiamo “battaglia culturale”.
A questo cambiamento della mentalità nell’Italia di oggi contribuisce soprattutto ( o forse solo) chi si oppone in modo “duro” alla legge, perché continua a far percepire ai “tolleranti” (quelli del non-lo-farei-ma-non-posso-impedirlo) che l’aborto continua comunque ad essere un problema sociale, che qualcuno non ci sta, che è qualcosa che ha aspetti negativi, una questione non risolta. In altre parole interventi che impediscono che su questa questione le coscienze si addormentino del tutto.
Per questo è del tutto risibile che alcuni pro-vita dicano che bisogna limitarsi ad aiutare le donne (già il linguaggio è sbagliato, bisognerebbe dire innanzitutto “salvare i bambini”) applicando la prima parte della legge, le cosiddette “ parti buone” della 194. È un errore di comunicazione grave dal momento che la legge 194 è integralmente ingiusta proprio perché legalizza l’aborto.
Non esiste battaglia culturale senza battaglia politica, perché la legge abortista è stata creata dalla politica, è essa stessa una politica! La strada per creare condizioni culturali tali per cui possa seguire anche un cambiamento politico che cominci a smantellare la legge fino al divieto totale di aborto è ovviamente lunga, ma se il movimento pro-life americano è riuscito a ribaltare la “Roe vs. Wade”,Aborto, sentenza USA: “NO” alle procedure barbare e raccapriccianti perché un giorno non dovrebbe succedere qualcosa di simile in Italia? Loro però hanno fatto opposizione dura per decenni, denunciando in ogni situazione possibile che ogni aborto legale è un omicidio e marciando in migliaia a Washington tutti gli anni…”
Noi invece in Italia abbiamo associazioni Prolife completamente svincolate l’una dall’altra, convinte di avere il potere di salvare il mondo, incapaci di capire il valore di un’alleanza che non sradichi nessuna delle caratteristiche proprie dell’identità di ciascuna di loro.
Per quanto riguarda la marcia per la vita a Roma, anche in questo caso bisogna ammettere che i risultati sono decisamente limitati rispetto a quanto accade negli Stati Uniti. Aggiungiamo che il sistema di governo italiano certamente non è sovrapponibile a quello americano, quindi dai nostri politici non possiamo aspettarci un sostegno alla causa se non sporadico e da parte di singoli meritevoli esponenti che, comunque, riusciranno solo forse nel tempo a ottenere qualche risultato concreto.
Quindi resta solo un passaggio: una campagna culturale globale a tappeto soprattutto mediatica e online.
Oggi il mondo va così.
Prof. Vittoria Criscuolo
Presidente del Movimento e Centro di aiuto alla vita di Varese
http://Vitavarese.org/contatti
